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Violenza sulle donne, quali tutele e garanzie per le vittime dei soprusi?

Violenza sulle donne, quali tutele e garanzie per le vittime dei soprusi?
Marzo 06
13:12 2019

“Oramai da anni ed in più occasioni, sono stato chiamato a dibattere sull’annoso argomento della violenza sulle donne, sia in sede di convegni che sulla carta stampata, come pure su radio e TV del comprensorio, studiando il fenomeno, nella sua poliedricità, in tutte le sue problematiche e possibili risoluzioni.

Pertanto, ancora una volta, approfitto dell’ospitalità di questa testata giornalistica, ringraziando il Direttore, per lo spazio concessomi.

Nonostante il mio iniziale ottimismo, il problema, ad oggi, ritengo sia tutt’altro che risolto e si presenta purtroppo con rinnovata cadenza, con numeri statistici ancora elevati e quanto mai allarmanti, che sono solo quelli che seguono le denunce alle forze di polizia o all’autorità giudiziaria, nonché quelli forniti dalle varie associazioni contro la violenza sulle donne, ma, come certamente quasi tutti ben sappiamo, il sommerso è molto, ma molto maggiore di ciò che viene alla luce. Ciò che emerge, è solo la punta dell’iceberg, quello che ancora poche donne, con coraggio e sicuramente rischiando possibili, se non quasi certe ritorsioni da parte dei loro persecutori, hanno avuto modo di denunciare o quello che inevitabilmente accende i riflettori delle cronache dei media, solo dopo che i casi divengono estremi e le vittime periscono sotto i colpi dei loro aguzzini o comunque sono costrette a recarsi presso un pronto soccorso, per gli interventi necessari a lenire e curare le ferite dovute alle percosse ed alle brutalità subite per mano degli stessi. Proprio da parte di coloro, i quali avevano un tempo giurato loro, amore eterno. 

L’8 marzo di ogni anno, si celebra la “Giornata internazionale della donna”. Anche se oggi ha assunto un prevalente valore speculativo consumistico-commerciale, perdendo a mio parere le iniziali motivazioni, che la vedevano nata per rammentare le conquiste politiche, economiche e sociali, nonché le violenze di ogni genere e le discriminazioni, che le donne hanno subito e che subiscono tutt’oggi, in ogni luogo del pianeta, specie in alcuni paesi e/o culture, ove la donna, è più che sottovalutata,  venendo considerata praticamente nulla, o poco più. Soggetta per questo, anche ad atroci torture e sevizie, come tanto per mero esempio, fustigazioni corporali e lapidazioni a morte. Tale giornata, già dal lontanissimo 1909 veniva festeggiata negli USA, dal 1911 in alcuni paesi dell’Europa, mentre in Italia, quella che ormai è definita la “Festa della donna”, ha iniziato i suoi festeggiamenti, proprio agli albori del così detto ventennio fascista, ed esattamente nel 1922. Quando alla donna, pur essendole riconosciuto un ruolo secondario rispetto all’uomo, vengono emanate a suo favore, anche numerose riforme, come ad esempio, nel 1925, la fondazione dell’ente assistenziale ONMI(Opera nazionale maternità e infanzia), che aveva quale scopo prioritario, quello di proteggere e tutelare madri e bambini in difficoltà o quelle relative all’allattamento dei propri figli e del lavoro nelle fabbriche.

Parallelamente alla giornata dell’8 marzo, il 17 dicembre 1999, è stata istituita la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, la quale viene celebrata il 25 novembre di ogni anno.

Mentre, anche a seguito di precedenti iniziative, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, il 7 aprile 2011, approva e sottopone alla firma l’11 maggio dello stesso anno, a Istanbul, la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica”, detta più brevemente “Convenzione di Istanbul”.

Il trattato, sottoscritto da 32 paesi, il 19 giugno 2013, è stato votato all’unanimità alla Camera, acquisendo poi 274 voti favorevoli al Senato. Il testo, per la  prima volta parla di violenza domestica e di genere, proponendosi di prevenire ogni genere di violenza, favorendo a tal proposito, la protezione delle vittime e fare in modo che i responsabili, vengano assicurati alla giustizia, impedendone così l’impunità.   

La Convenzione, prevedeva inoltre, che gli stati membri, avrebbero dovuto conformare ad essa le proprie leggi in materia di violenza di genere, mentre poco prima, nel nostro Paese, anche se con notevole ritardo rispetto ad altri paesi europei, è stato introdotto nel nostro ordinamento penale, con D.L. 23 febbraio 2009 n. 11, convertito in l. 23 aprile 2009 n. 38, l’art. 612 bis, il reato di stalking. Un genere di violenza, previsto per chi, “con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”      

E’ un reato purtroppo più comune e frequente di quanto si possa pensare, generalmente perpetrato da un uomo nei confronti di una donna, con la quale ha avuto precedenti rapporti affettivi e che non accetta il termine di una relazione, iniziando così a commettere una serie di condotte e molestie reiterate, come al punto precedente meglio descritte.

Intanto, in questi anni, la presa di coscienza della donna è sempre maggiore, ed il trend relativo alla violenza di genere, ad ottobre del 2018, darebbe un lieve calo  dei maltrattamenti in famiglia, stalking,percosse e violenze sessuali, con l’incremento delle segnalazioni di presunti autori di reato e dei provvedimenti di contrasto messi in atto dalle autorità preposte. Tuttavia, sarebbero 106 i femminicidi commessi nei prime dieci mesi del 2018: una uccisione in media, ogni tre giorni. Troppe, ancora troppe donne uccise per mano dell’uomo che quasi sempre è stato un suo compagno, un suo partner, un suo fidanzato, un ex marito.

Ma in questo caso, il mio intervento non è finalizzato a dare i numeri delle statistiche, certamente comunque ancora troppo elevati, bensì, a capire cosa accade successivamente a quelle donne che hanno avuto il coraggio di denunciare le ingiustizie subite. 

Quali cautele nei loro confronti, specie quando sono sole e con figli? Quali garanzie di non cadere nuovamente e con più cattiveria, vittime dei loro aguzzini? Come funziona e se funziona, tutto l’indotto o la filiera, che dir si voglia, (dagli organi di polizia, ai percorsi rosa presso le strutture sanitarie, ai centri di assistenza anti-violenza, facenti capo al numero nazionale 1522, al gratuito patrocinio legale), che dovrebbero assistere la donna vittima di vessazioni e violenze? 

Come detto in apertura del mio intervento, ormai da anni mi occupo tra l’altro di questo genere di fenomeno, che vede perpetrare violenze  di ogni genere nei confronti della donna, anche se esistono casi più rari, di violenze commesse nei confronti degli uomini. Dalla violenza verbale, a quella fisica, da quella psicologica, a quella economica, a quella del maltrattamento degli animali di affezione, sino anche a quella così detta assistita, che consiste nel coinvolgimento anche dei famigliari, molto spesso in età minore, nelle violenze commesse tra le mura domestiche, sia in forma diretta che indiretta.

Veniamo ora alle domande che avevo posto. In verità, sino a qualche tempo addietro, con fierezza e sicurezza, andavo dicendo nei miei interventi, tutto ciò che una donna, ed anche nel caso di un uomo, soggetto passivo di violenza, avrebbe dovuto fare per difendersi ed evitare comunque la possibilità di eventi estremi ed irreversibili, che in tanti casi, conducono all’uccisione della vittima, divenendo ora molto critico e scettico, sull’effettiva bontà di quanto necessario a garantire l’assistenza e la tutela della donna.

Denunciare i fatti è molto importante, ma tolto il fatto che in troppi casi, serve solo a fare numeri e statistica, vi è la necessità da parte della vittima, prima di recarsi presso un ufficio di polizia, di acquisire quante più prove possibili delle vessazioni subite, cosa non facile e che principalmente consistono nelle testimonianze di vicini di casa ed amici, questi, non sempre disponibili a farlo. Foto delle ferite dovute alle percosse, ma anche e soprattutto, di eventuali referti medici di pronto soccorso, dichiarando espressamente ai sanitari e senza tentare di giustificare il boia, che le lesioni, sono state provocate da tizio o caio. 

Raccolte le prove necessarie, salvo non vi sia la necessità di un intervento di urgenza delle forze dell’ordine, per pericolo della vita della vittima, è il momento di non farsi remore e recarsi con decisione presso un ufficio di polizia per denunciare i fatti, senza alcun indugio, perché, è bene rammentare, che se vi è stata stata una prima volta, ci sarà anche un seconda ed una terza e così via, sino al giorno in cui, purtroppo, non sarà più possibile raccontare o denunciare nulla. 

Anche nel caso della denuncia è necessaria la fortuna di avere vicino un ufficio di polizia fornito di uno specifico nucleo appositamente specializzato e preparato, che conosca le dinamiche delle violenze di genere e che sappia soppesare con precisione il determinato caso, prendendosi cura anche delle possibili, probabili, se non quasi certe, reazioni del denunciato.

Vero è che la norma prevede anche la possibilità per il questore, di emettere a carico del persecutore un provvedimento di allontanamento e di diffida a frequentare i luoghi, ambienti, vie e quant’altro, usualmente utilizzati dalla vittima, ma altrettanto vera è, l’impossibilità per le forze di polizia di verificare h. 24 che tale provvedimento venga rispettato alla lettera e che in caso contrario, potrebbe essere troppo tardi per la donna oggetto di persecuzioni. Con un attimo, e non mancano certamente i casi di cronaca, il criminale si avvicina alla sua “preda”, ed in mille modi uccide la donna, se non anche i suoi figli, per poi magari, subito dopo, togliersi la vita anche lui.

Conosciamo tutti il fenomeno. Il classico uomo che non accetta una storia ormai finita, di essere lasciato dalla sua ex, perché questa era e rimane una cosa di sua proprietà ed incattivito per aver subito da parta di essa, una denuncia. Il classico soggetto, che soffre di indiscusse patologie relazionali e psicopatie, non capace di ricostruirsi una sua autonomia ed una nuova vita e per questo disposto anche ad uccidere. 

Continuiamo la disamina sul funzionamento di tutta la filiera di assistenza. In alcune strutture sanitarie, sono stati istituiti dei “percorsi rosa”. Presso alcuni ospedali, è prevista un’apposita e separata triage, prevedendo che la donna che si presenti in un pronto soccorso, dichiarando di aver subito violenze o comunque mostrando particolari lesioni, ferite, ma dichiarando magari di aver subito un incidente casalingo e non di rado accompagnata dallo stesso persecutore, venga immediatamente presa in carico da personale infermieristico e medico appositamente specializzato.

Il percorso dovrebbe prevedere una prima assistenza in una stanza riservata e separata dal resto degli altri pazienti, presenza di psicologi e medici ginecologi, che hanno il compito sia di assistere psicologicamente il paziente, ma anche quello di capire l’origine dei danni fisici, in modo tale da adottare tutte le misure del caso, comprese quelle di prevenzione.

Proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere se per caso, il suddetto personale, non si rendesse conto dell’origine delle lesioni, riconsegnando dopo le cure, la paziente al suo persecutore, marito o compagno che sia, senza comprendere che era proprio colui che l’aveva accompagnata.

Allora è necessario che la donna sia immediatamente allontanata dal criminale e se la stessa ha dei figli, questi debbono essere ovviamente condotti nella medesima residenza protetta, il che non è sempre così facile come si vorrebbe far credere.

Poi, c’è il problema dei centri anti-violenza. Sono gestiti in genere da cooperative e da personale volontario. Al telefono rispondono dei semplici operatori e tali centri, hanno generalmente sede nei capoluoghi di provincia e qualora una donna vittima, come spesso accade, si trova a risiedere a chilometri di distanza e non è sia possesso di mezzi nè economie per raggiungere il centro, viene a trovarsi in serissime difficoltà, sentendosi letteralmente paralizzata e dimenticata da parte delle istituzioni.

L’assistenza, sia psicologica che eventualmente legale, è ovvio che non si risolve in un solo incontro, bensì, in molteplici appuntamenti, che possono protrarsi nel tempo, anche per mesi e mesi, aggravando, di fatto tale problematica, se non rendendo impossibile alla donna di recarsi al centro, rimanendo di fatto abbandonata a sé stessa, in un momento particolarissimo della sua esistenza, in cui si trova con i suoi bambini da mantenere, la mancanza di lavoro e di qualsivoglia sostentamento e più che mai, alla mercè del suo aguzzino. 

Poi, vi è il problema del gratuito patrocinio legale, per il quale i problemi non sono certamente da meno, soprattutto per una donna che è rimasta senza lavoro e senza risorse economiche. In proposito, di seguito riporto uno stralcio del giornale La Repubblica.it, dal titolo “Donne vittime di violenze a rischio l’avvocato gratuito”:La tutela di chi subisce reati sessuali è a carico dello Stato. Ma i fondi non sono sufficienti e i legali protestano. La legge prevede che le donne vittime di reati sessuali, maltrattamento e stalking abbiano diritto all’assistenza legale a spese dello Stato, indipendentemente dal reddito. Ma il teorico diritto alla tutela si scontra con la mancanza di fondi. Ci sono avvocati che aspettano la liquidazione di fatture del 2016. Per il 2017, i pagamenti sono fermi a giugno. E i fondi già stanziati dal governo per il 2018 sono bastati a malapena a coprire il mese di gennaio. Gli avvocati che collaborano con il Soccorso violenza sessuale e domestica della clinica Mangiagalli si preparano a incontrarsi e a valutare azioni legali. «Se necessario, potremo fare decreti ingiuntivi a catena nei confronti dello Stato — dice Lara Benetti, avvocata penalista dell’associazione Svs donna aiuta donna — ovviamente non è quello che auspichiamo, ma non si può chiedere agli avvocati di lavorare gratis. Di fatto, se lo Stato non garantisce fondi, non è garantita la tutela che le norme riconoscono alle donne vittime di violenza » . Una situazione drammatica, considerando che in Lombardia — secondo dati diffusi dalla Regione nel 2016 — il 31,4 percento delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita, ma il numero di chi denuncia è una frazione del totale delle vittime. Proprio per questo, è stato introdotta la difesa legale gratis.”

(fonte:https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/03/17/donne-vittime-di-violenze-a-rischio-lavvocato-gratuitoMilano04.html?refresh_ce).

Insomma, mi avvio alla conclusione e dopo anni di studio del problema violenza di genere, mi rendo conto che per una donna che ha subito qualsiasi genere di maltrattamenti e decide per questo di tagliare i rapporti con il suo aguzzino non è cosa così semplice, come invece si tenta di far credere.

Come abbiamo  visto, il problema c’è, esiste ancora e quindi è reale e ribadisco, stiamo parlando dei soli dati venuti alla luce, poi abbiamo il sommerso che è abnorme, tutto quello che rimane nascosto nel silenzio delle menti di tutte quelle donne, che non hanno il coraggio, o non possono denunciare o fare azioni contro i loro carnefici,  continuando a subire nel silenzio dei loro cuori, sinchè un giorno, sarà troppo tardi.

A mio modesto parere, se tante cose sono state fatte, tante altre, anzi molte di più, se ne debbono fare, a cominciare da tutte quelle cautele necessarie a garantire l’effettiva sicurezza ed incolumità alle donne che si sono esposte ed ai loro figli. Volte a garantire, richiamando a tal proposito anche la Convenzione di Istanbul, una vera assistenza e funzionalità di ogni centro anti-violenza, i cui operatori, dovrebbero avere l’onere, se non l’obbligo, di non rimanere ad attendere che la donna vada presso il centro stesso, ma quello di andarle incontro, recandosi ad assisterla direttamente nel suo luogo di residenza, evitando così ulteriori preoccupazioni in momenti particolarmente difficili e vulnerabili, se non come detto, l’impossibilità di viaggiare per recarsi presso tali strutture, rimanendo così alla berlina di sé stessa.

Un ultimo commento va al gratuito patrocinio legale ed anche in questo caso il problema non è certo di facile soluzione, per i problemi che sopra ho già citato e che in difetto, la vittima è costretta ad affrontare personalmente, in momenti in cui le risorse economiche scarseggiano se non addirittura, risultano inesistenti. Di solito si presentano almeno due  diverse strade da seguire, che comportano costi legali, non da poco, quella civile con la quale la vittima intraprende le azioni di separazione e tutto ciò che riguarda l’affidamento dei figli e le eventuali indennità di mantenimento, nonché divisione di beni e quant’altro e quella processual-penalistica, relativa alle azioni penali intraprese nei confronti del persecutore, il quale non di rado, dimostrando poi buona condotta, riesce ad ottenere vari benefici, riconquistando la libertà e divenendo, sempre secondo il mio pensiero, una potenziale mina vagante  per la denunciante”.   

Dr. Remo Fontana Criminologo-Già Comandante Polizia Locale Civitavecchia, Tarquinia.

                                                                      

                                                                            

                                                             

                                                                         

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