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L’incontro con i serial killer: “Le avvelenatrici di Roma”

L’incontro con i serial killer: “Le avvelenatrici di Roma”
L’incontro con i serial killer: “Le avvelenatrici di Roma”
Gennaio 13
19:12 2019

“Dopo aver recentemente trattato su questo stesso quotidiano telematico l’argomento serial killer, con il permesso del Direttore, continuerò ad interessarmi di tale fenomeno. Oramai da tempo, la mia curiosità di criminologo, è andata indietro lontano nel tempo, sino anche a qualche centinaio di anni prima della nascita di Cristo. Le mie ricerche, mi hanno condotto a rintracciare assassini seriali in tempi molto lontani e luoghi diversi, in questo caso specifico, sarebbero considerati i primi assassini seriali che la storia ricorda o, per meglio dire, le prime, poichè donne, che la storia e la leggenda annovera tra le sue pagine, seppur con limitate notizie. 

Chi sono? Di cosa si tratta? Sono quelle che vengono definite le “avvelenatrici di Roma”. Di fatto, un gruppo di spietate cortigiane, che essendo ben a conoscenza dell’arte e dell’uso dei veleni, uccidevano spietatamente le loro vittime. Precorritrici di molte altre donne, che soprattutto nell’epoca rinascimentale hanno fatto dei veleni, il loro silenzioso e rapido strumento di morte per togliersi di torno mariti infedeli e prepotenti o semplicemente, per combattere e dare un tono di “emozione” alla quotidianità della vita mondana di corte.

I primi casi di avvelenamenti che la storia riporta, risalirebbero infatti al 331 a.C., proprio in occasione della morte di molti influenti personaggi della Roma dell’epoca, i quali perirono a seguito di una sorta di epidemia, definita all’epoca, quanto mai strana ed insolita. Ma, si sa, le conoscenze mediche erano quelle che erano, ed  era facilissimo far passare una morte dovuta ad avvelenamento, per una morte conseguente a cause naturali e/o malattia. 

In quel tempo, Roma si trovava sotto il consolato di Claudio Valerio e Valerio Potino.

Fu proprio l’edile curale, (un magistrato civico patrizio), Quinto Fabio Massimo, che ricevette una denuncia da parte di una schiava in cambio di protezione, la quale lo mise al corrente, che gli strani decessi, non sarebbero stati la conseguenza di una malattia o di una causalità, ma bensì dovuti all’azione criminale di alcune nobildonne che, preparando e somministrando pozioni velenosissime, uccidevano senza alcuna empatia e clemenza, i loro mariti ed amanti. 

Come detto, all’epoca non era certo facile, per non dire impossibile, stabilire che le morti erano avvenute a seguito della somministrazione  di sostanze venefiche e venivano per questo attribuite, almeno prima di questa segnalazione, a malattie, fattori epidemici e/o comunque naturali.

Mi sento di aprire una breve parentisi, poiché i fatti sopra accennati, mi riportano alla mente gli omicidi di nobili personaggi, commessi ai tempi del Consiglio dei Dieci e dei Tre Inquisitori dello Stato. Quando, nella Repubblica di Venezia, nel periodo compreso tra il 697 ed il 1797, i membri del Consiglio, decidevano di uccidere un nobile o comunque una personalità di spicco ritenuta da essi scomoda, ( e, non era cosa rara), ma con l’ovvia necessità di far passare la sua morte come un evento naturale. Era qui, che entrava in gioco il così detto “Orafo del Consiglio dei Dieci”. Una palese uccisione, avrebbe destabilizzato e creato problemi politici e diplomatici al governo della Serenissima, allora, ecco l’uso della polvere di diamante fornita dall’Orafo. La sottilissima polvere veniva abilmente mescolata nel pasto della vittima predestinata, una volta ingerita ed iniziato il processo di digestione e dopo aver raggiunto il fegato, provocava in questo delle micro-lesioni e conseguenti emorragie interne, che divenivano letali per la persona che le aveva assunte, conducendolo a morte certa, tra stenti e sofferenze, fungendo di fatto come una sorta di potentissimo veleno.

Naturalmente, il decesso veniva attribuito a cause naturali e comunque all’epoca impossibili da spiegare e l’episodio, rimaneva pertanto nel completo silenzio e nell’impunità più assoluta, non creando per questo conflitti o incidenti diplomatici nella politica del Doge.

Ma, torniamo alle avvelenatrici di Roma. Dopo la segnalazione della serva, il magistrato ordinò alcune ispezioni nelle abitazioni di molte donne patrizie, in proposito, si narra che fossero almeno 170 donne e che furono arrestate, per il rinvenimento di alcune sostanze velenose conservate accuratamente tra le mura domestiche. Tra le fermate, vi erano anche due signore, tali Cornelia e Sergia, che tentarono di giustificare il ritrovamento delle sostanze velenose, asserendo che le ampolle, contenevano solamente dei medicinali.

Le due nobili, si dice siano state sfidate innanzi alle milizie dalla schiava che aveva sporto denuncia a bere le sostanze contenute nelle bottigliette in quanto medicinali, le quali, costrette ad accettare, morirono in poco tempo tra atroci dolori e stenti. V’è da dire che molte avvelenatrici, proprio per evitare di morire con i loro stessi veleni, avevano imparato l’arte di assumerne giornalmente piccolissime quantità, in modo tale da raggiungere l’immunità totale alla tossina stessa, usanza questa, che fu poi molto utilizzata successivamente nella storia da nobili e governanti vari, soprattutto nell’epoca medioevale e rinascimentale.

Come sempre, quando si parla di episodi così lontani nel tempo, essendo trascorsi oltre 2300 anni, le storie sono state tramandate di padre in figlio, e nel caso specifico, anche dal narratore Tito Livio, il quale tra l’altro ebbe a porre dubbi sul fatto che le due donne patrizie avrebbero effettivamente bevuto la pozione risultata poi loro fatale, per il fatto che ben avrebbero dovuto conoscerne gli effetti che la stessa avrebbe avuto su di loro, avvolgendo la vicenda in un intrigato mistero, che ha tuttavia coinvolto numerosi personaggi di spicco dell’antica Urbs.

Ma, la storia continua. Ed eccoci arrivati al primo secolo, quando in Gallia nacque Locusta, definita la serial killer dei tempi di Nerone. Ci troviamo di fronte ancora una volta ad una donna, che anche in questo caso, sapeva ben utilizzare l’arte dei veleni per uccidere.

La sua vita di campagna e la vicinanza alle essenze arboree e la  passione per esse, contribuì a farle conoscere le loro proprietà, che come tutti certamente sappiamo, possono essere curative e benefiche, ma altrettanto dannose a seconda dei casi e dei loro dosaggi.

A differenza di Cornelia e Sergia, che come detto, forse sono rimaste vittime del loro stesso veleno, sembra che Locusta, sperimentasse su di lei in piccole dosi ogni genere di veleno estratto dalle sue piante, in modo tale da rimanerne completamente immunizzata.

All’epoca, Roma, che stava estendendo il suo impero in gran parte dell’Europa, dei Paesi Balcanici, dell’Africa e del Medio Oriente, assoggettava i popoli conquistati, utilizzandoli come schiavi e servitù e per la costruzione delle opere necessarie all’espansione del suo Impero, ma anche per i violenti e mortali giochi nelle arene che servivano a divertire e distrarre il popolo ed a sollazzare gli stessi regnanti. Inevitabilmente, anche Locusta, fu catturata e resa schiava, ma senza che questa condizione le divenisse pesante più di tanto, proprio perché la sua conoscenza delle piante e delle loro virtù e proprietà, nella città di Roma, le risultò subito molto utile e quanto mai apprezzata.

Si racconta, che tra le sue specialità, vi fosse quella di trasformare in polvere le essenze arboree, soprattutto quelle contenenti il potentissimo arsenico, usando anche funghi tossici, cicuta, oleandro, ricino e tantissime altre piante, che impiegate in maniere diverse, possono essere come detto, utili a curare alcune determinate malattie o patologie, ma altrettanto letali se somministrate in particolari casi o quantità.

E come nel caso delle avvelenatrici romane del 331 a.C., Locusta era la soluzione giusta, per  chi voleva sbarazzarsi di una persona scomoda, ma soprattutto influente, senza lasciare tracce, con decessi che apparivano agli occhi di tutti, come causati da circostanze naturali.

Messalina e Agrippina, sembra si siano servite anche loro degli intingoli velenosi di Locusta, per sbarazzarsi di amanti e mariti, divenuti oramai scomodi o noiosi e dai quali ereditare tesori inestimabili.

L’attività di Locusta, non passò tuttavia inosservata, tanto che venne condannata come assassina avvelenatrice, salvata poi dall’imperatrice Agrippina, che in cambio della sua vita le chiese di uccidere Claudio, ricevendo in permuta, per adempiere a tale compito, un contenitore con all’interno della velenosissima polvere bianca.   

L’imperatore, dopo aver ingerito più volte il veleno ed un bel piatto di funghi di cui ne andava ghiotto, “condito” con la polvere fatale, iniziò ad agonizzare, entrando poi in coma e morendo dopo poche ore, tra le braccia della consorte, la quale fingeva di consolarlo. 

Dopo la morte dell’imperatore, Locusta ebbe un fiorente ritorno alla sua attività, ricevendo ulteriori ingaggi dalla famiglia imperiale e successivamente anche da Nerone, figlio dell’imperatrice, il quale tra l’altro le offrì la libertà a patto che uccidesse Britannico, il figlio di Claudio, divenendo per questo una donna molto “utile” e rispettata e per questo, anche ospitata nel palazzo e nei luoghi privati dell’imperatore.

Varie furono le prove di Locusta finalizzate a trovare il veleno più idoneo ad uccidere Britannico che aveva appena 14 anni, tanto che il primo tentativo fu solo foriero per la vittima di una sorta di brutta indigestione, mandando su tutte le furie Nerone, il quale, a seguito dell’esperimento andato a male, arrivò a minacciare di morte l’avvelenatrice qualora avesse nuovamente fallito nel suo tentativo di uccidere il giovane.

Locusta, dopo aver sperimentato più volte il veleno più giusto su poveri animali, accertò che una capra morì dopo cinque ore, ma quest’attesa per Nerone era troppo lunga, tanto che l’avvelenatrice, preparò un altro miscuglio che testò su  di un maiale, che morì in men che non si dica.

Durante un sontuoso banchetto, Locusta riuscì quindi a mettere in atto il suo efferato crimine. Arsenico e sardonia, sciolti in una brocca di vino, seppure preventivamente testati da un assaggiatore di veleni, hanno costituito il cocktail micidiale che in pochissimo tempo, tra vomito, contrazioni e convulsioni, hanno condotto alla morte il giovanissimo Britannico.       

Inutile dire la gioia che pervase Nerone a seguito dell’omicidio del ragazzo, tanto che oltre a proferire grandi parole di lode nei confronti di Locusta, arrivò a donarle un terreno di notevole valore, consentendole inoltre di aprire una scuola per insegnare l’arte delle piante ad altre donne.

Ne seguirono la produzione di veleni che venivano testati su malcapitati animali o addirittura su poveri condannati a morte e la sua bella casa vicino al centrale Palatino, iniziò a vedere un via, vai di persone appartenenti agli alti ceti della società romana, che si rivolgevano a lei per richiedere i sui “preziosi” interventi.  

Ma, come in ogni storia, c’è sempre un ma! Nerone cadde e fu succeduto da Galba, il quale nel mese di gennaio del 69, accusò Locusta di essere responsabile di ben 400 omicidi. 

A seguito di ciò, Galba ordinò che  fosse giustiziata in un modo quanto mai astruso, bizzarro ed insolito. Si racconta che fu legata e violentata pubblicamente in piazza da una giraffa ammaestrata e successivamente data in pasto ai leoni.

Mi avvio alla conclusione e come mia consuetudine, non mi limito alla sola storia, ma cerco di dare delle spiegazioni ed analizzare chi erano, come e perché agivano questi serial killer.

E’ certamente opportuno osservare che i tempi in cui le vicende si sono svolte, non erano così facili, la vita valeva e contava poco o nulla e come già affermato in occasione di altre mie disamine analoghe, il potente del momento, anche il più piccolo, aveva potere di vita o di morte sui suoi sudditi per varie ragioni, alcune riconducibili solamente alla semplice noia della vita di corte, ma altre, come nei casi che ho analizzato in questo mio intervento, dovuti anche a scontri di potere, alla conquista del trono ed a riceverne beni materiali ed immateriali.

Si può certamente dire che sia nel caso delle “avvelenatrici di Roma”, come in quello di Locusta, i crimini, seppur in molte circostanze non commessi direttamente, venivano comunque perpetrati in modo organizzato, accurato ed attentamente pianificato. L’utilizzo dei veleni, comporta intelligenza, conoscenza scientifica, che soprattutto in quelle epoche, non erano qualità certamente in possesso di chiunque, ma anche astuzia, studio e metodica, nella successiva fase di somministrazione delle sostanze alla vittima prescelta.

Per quanto concerne le motivazioni del primo caso, quello delle “avvelenatrici di Roma”, il loro agire, potrebbe essere ricondotto alle c.d. “vedove nere”, che hanno una similitudine con il famoso ragno, la cui femmina, una volta dopo l’accoppiamento, non è raro che uccida e divori il maschio; dapprima sposano uomini ricchi e potenti, poi annoiate da questi, li uccidono solitamente per mezzo dei veleni, con lo scopo finale di appropriarsi dei loro beni e di crearsi una nuova vita. Ma si potrebbe ricondurre anche alla definizione di serial killer  dominatore ed edonistico. Nel primo caso troviamo quello di dominare la vittima, contribuendo così al rafforzamento del proprio io interiore e dell’autostima, in compensazione e comunque per vendetta di abusi subiti nel tempo dall’omicida. Nel secondo caso, quello di trovare piacere nell’uccidere magari proprio colui che durante la vita coniugale non ha saputo condurre una corretta relazione sessuale o comunque avendo usato arroganza, prepotenza e violenza nei confronti del suo partner.   

Per quanto riguarda Locusta, ritengo molto più semplice giustificare le sue motivazioni, riconducendole con buona certezza al fattore guadagno. Nel caso specifico, probabilmente non tanto al guadagno economico, quanto quello materiale, che da una semplice schiava, (e la vita per una schiava non era certo semplice e leggera), l’ha resa una persona ricercata e protetta dai potenti dell’antica Roma, tanto da renderle, almeno sino al momento in cui fu giustiziata, una vita con privilegi simili a quelli di una nobildonna dell’epoca”

Dr. Remo Fontana Criminologo-Vice Comandante Polizia Locale

                                                                                                         

                                                                                              

                                                                               

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