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L’incontro con i serial killer la duchessa di Bracciano e la stanza rossa

L’incontro con i serial killer la duchessa di Bracciano e la stanza rossa
L’incontro con i serial killer la duchessa di Bracciano e la stanza rossa
L’incontro con i serial killer la duchessa di Bracciano e la stanza rossa
Febbraio 12
20:17 2019

“La coniazione della definizione “serial Killer”, così come ho accennato in più occasioni nei miei molteplici interventi, fu utilizzata per la prima volta negli anni ‘70 del secolo scorso, negli Stati Uniti d’America dall’L’F.B.I. a seguito di alcuni studi condotti in particolare da Ressler. L’assassino seriale, veniva così definito per la prima volta, come un individuo che aveva ucciso in almeno tre occasioni, (attualmente se ne considerano almeno due), con delle pause più o meno lunghe nel tempo, tra un’uccisione e l’altra, definite di “raffreddamento”.

Non nego che l’esistenza o meno, di criminali seriali già da prima di questa determinazione, sin dall’inizio del mio interessamento a questo genere di crimini, abbia sempre stuzzicato la mia curiosità ed i miei studi.

Tant’è che tramite varie ricerche, sono riuscito ad individuare la presenza di questo genere di delitti, anche in epoche molto remote, come ad esempio, nel caso delle avvelenatrici di Roma, le nobildonne di cui ho parlato anche su questa stessa testata giornalistica, o di quello dell’antica Cina, quando sono andato alla scoperta del principe Liu Pengli. 

Basti pensare alla facilità che questi nobili o regnanti, avevano di poter uccidere per motivazioni diverse, non di rado, futili e senza apparente motivazione, anche e solo per noia, rimanendo poi assolutamente impuniti, se non il solo rischiare in taluni casi, di cadere vittima di qualche vendetta trasversale.

Nel “Leviatano”, un libricino del 1651, scritto da Thomas Hobbes, che trattava della legittimità e forma dello stato, ne possiamo trovare l’ulteriore conferma. Sulla sua copertina, era riprodotto un gigante, che aveva il suo corpo composto da una miriade di omuncoli, tenendo in una mano una spada, quale simbolo del potere temporale, e nell’altra il pastorale, simbolo di quello religioso. Secondo l’autore, i due poteri viaggiano su un unico binario e non sarebbero separati tra di loro.

Nella Francia del Re Sole, ad esempio, si può ritrovare la politica della monarchia dell’assolutismo teorizzata da Hobbes, in cui il sovrano, essendo al di sopra di tutti e tutto, incarnava per questo, il popolo, la legge ed al contempo il sacro.

Quanto appena detto, solo per confermare il concetto di ciò che ho  asserito in merito al potere e all’impunibilità di un criminale cui facevo riferimento poc’anzi, che pur macchiandosi di decine se non di centinaia di orrendi crimini ed uccisioni, rimaneva tuttavia tranquillamente al suo posto, mantenendo il suo ruolo. Parafilie e pulsioni varie, a volte, come detto, da considerare veri e propri capricci di onnipotenza, erano le connotazioni che distinguevano questi individui, in un vero e proprio gioco tra la vita e la morte nei confronti dei più deboli.

Proprio per ciò che ho appena scritto, in questa sede andremo indietro nel tempo di circa 500 anni, e più esattamente al 1542, anno in cui, viene attribuita la nascita di Isabella De’ Medici, figlia terzogenita di Cosimo I Granduca di Toscana ed Eleonora di Toledo. Dopo le avvelenatrici di Roma ed il principe cinese, lontani nel tempo e quest’ultimo anche geograficamente, Isabella, come vedremo tra poco, è parte della storia di un vicino paese del nostro comprensorio e pur essendo di sesso femminile, si racconta di lei, sia tata autrice di una lunga sequenza di omicidi seriali. 

Si dice che fosse una donna molto bella, sensuale ed affascinante e che proprio per queste sue caratteristiche, fosse stata addirittura definita, “la stella di Casa Medici” ed  anche che fosse altrettanto colta, dedita alle arti della musica, del canto, della letteratura e della prosa.

Ma, veniamo ai fatti. A seguito di un vero e proprio contratto, Isabella, nel 1553, alla tenerissima età di sette anni, venne da suo padre promessa in sposa, al Duca di Bracciano Paolo Giordano Orsini. Nel 1558, quando ne aveva solo sedici, venne celebrato il matrimonio e Isabella, lasciò il bel salotto mondano della casa di Firenze, andando a vivere nel Castello di Bracciano.

Del Duca di Bracciano si racconta invece, che i suoi modi fossero tutt’altro che simili a quelli di Isabella, definito un villano, rozzo, estremamente violento ed anche un assiduo donnaiolo.

In quell’epoca, un allievo del grande Maestro Michelangelo Buonarroti, fu incaricato di apportare una serie di innovazioni artistiche ed urbanistiche alla fortezza di bracciano, tra le quali, la realizzazione della “Stanza Rossa”, chiamata anche la “Stanza di Isabella”, sulla quale, tra storia e leggenda, aleggiano racconti che la vedevano protagonista di seduzioni e vicende di sesso estremo, quanto sfrenato, che al mattino successivo la notte di passione, terminavano immancabilmente con l’uccisione della vittima del momento, o per meglio dire, dell’amante di turno.

Eccoci arrivati al punto. Si, sembra proprio che la Duchessa Isabella, nei lunghi periodi in cui il suo consorte era assente dal Castello, usava attirare nella sua stanza, sfruttando il suo fascino, la sua bellezza, i suoi modi intriganti e comunque le sue doti, ignari amanti, che dopo una nottata di amore, sesso folle ed appassionato, venivano poi fatti scivolare in uno stretto pozzo, sul cui fondo li attendeva un deposito di calce viva che inesorabilmente  fagocitava l’amante della notte precedente, disgregandone il suo corpo, che spariva praticamente nel nulla, letteralmente liquefatto dalla calce e non lasciando così, alcuna traccia di sé.

La Duchessa traeva in inganno le sue vittime, invitandole ad attenderla in un adiacente salottino, collegato alla camera da letto, (la c.d. “stanza rossa”), tramite uno stretto corridoio, ambedue privi di luce, con la scusa di avere la necessità di rimettersi in ordine dalla nottata infuocata e rivestirsi dei suoi succinti abiti. 

Le povere vittime, brancolando prima nel buio di questa sorta di labirinto ed ignare di ciò che le attendeva, finivano poi, inesorabilmente per cadere in una botola non visibile per la mancanza di luce e posta proprio all’angolo del salottino, che si apriva sotto i loro piedi. Rovinavano così nel vuoto sino a terminare la loro caduta nella calce viva depositata in abbondanza nel fondo dell’angusto pozzo.

Non è difficile immaginare le sofferenze patite dalle vittime, letteralmente divorate vive dall’impasto corrosivo; le carni mangiate dalla calce tra mille dolori ed urla, ma che cadevano nel nulla soffocate dalle strette pareti del profondo pozzo al centro del castello, prima che la morte sopraggiungesse ed avesse in qualche modo pietà di loro.  

A prova di ciò, facendo visita al castello di Bracciano, ancora oggi è possibile vedere nella stanza la botola/trabocchetto, mentre il pozzo risulta essere stato da tempo murato. 

Sulla Morte della Duchessa, avvenuta nel luglio del 1576, sussistono alcune ombre, le quali dicotomicamente, l’una, attribuirebbe il decesso avvenuto a seguito del suo strangolamento  per mano del marito Duca Paolo Giordano Orsini, il quale sarebbe stato colto da un momento d’ira, dopo essere venuto a conoscenza del comportamento infedele della propria consorte, mentre l’altra, data per più attendibile, sarebbe attribuita alla sua intensa attività sessuale, riconducendo il decesso alla contrazione di una malattia delle vie urinarie risultatale poi letale, laddove, dati i tempi, anche una semplice infezione, poteva comportare gravissime complicanze.

Alla luce degli studi moderni, la  Duchessa Isabella, può essere definita con certezza una criminale seriale del genere organizzato, poiché pianificava con precisione, premeditazione e meticolosità, tutte le sue azioni, ben conscia che la mattina successiva alla notte d’amore, avrebbe ucciso il suo spasimante, così come la femmina del famoso ragno tropicale chiamato vedova nera, che dopo l’accoppiamento divora solitamente il maschio, facendone peraltro scomparire i loro corpi.

La serialità è data dalla cadenza temporale delle pause di “raffreddamento”, tra un omicidio e l’altro, che si susseguivano quasi giornalmente.

Le motivazioni che hanno indotto la Duchessa al suo agire, possono invece essere ricercate in prima analisi nel suo insaziabile e probabilmente patologico desiderio e bisogno di sesso, apparentemente privo di qualunque empatia e sentimento, tant’è che la mattina successiva, come detto, il suo obiettivo principale era quello di disfarsi, per non dire letteralmente quello di disintegrare la sua vittima, anche molto probabilmente, con lo scopo di mantenere integra e preservare la sua reputazione, per ricominciare poi di nuovo nella sua attività criminale, la notte successiva. 

In seconda lettura, nelle motivazioni del suo agire, si potrebbe individuare anche una sorta di vendetta nei confronti del coniuge, Duca Orsini, il quale come detto, oltre che essere poco presente nella vita della donna, quando lo era, usava modi rudi e scostanti, nonchè per il fatto di non lasciarsi mai scappare avventure galanti con altre donne. 

Dai dati raccolti, non mi è stato possibile risalire al numero esatto degli omicidi commessi da Isabella, ma è facile presupporre, che in circa diciotto anni di matrimonio e vista la “perfetta” ed altrettanto meticolosa e scrupolosa organizzazione da lei messa in campo e il suo insaziabile bisogno di sesso e forse di vendetta, in considerazione inoltre delle frequenti assenze del consorte, le vittime potrebbero essere annoverate in un numero davvero rilevante”. 

Dr. Remo Fontana Criminologo Vice Comandante Polizia Locale

                                                                    

                                                                            

                                                          

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