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Incendi alle auto teste di animali mozzate i Carabinieri pongono fine alla fusione tra mafia albanese ed esponenti vicino alla ‘ndrangheta

Incendi alle auto teste di animali mozzate i Carabinieri pongono fine alla fusione tra mafia albanese ed esponenti vicino alla ‘ndrangheta
Gennaio 25
15:45 2019

La città di Viterbo si è risvegliata travolta da una maxi operazione dei Carabinieri che ha disarticolato una associazione per delinquere di stampo mafioso (secondo l’accusa) tra calabresi ed albanesi. L’indagine è partita nel dicembre del 2016 con il nome di “Operazione Erostrato” condotta in un primo momento dai Carabinieri del Nucleo Investigativo e della Compagnia di Viterbo sotto la direzione della Procura di Viterbo, per poi passare in seguito sotto la Direzione Distrettuale Antimafia per la gravità delle fattispecie criminose. La situazione precipita il 18 aprile del 2017 quando a Grotte Santo Stefano viene distrutta l’auto di un Carabiniere, e a Capodimonte viene danneggiata la macchina e l’abitazione di un compro oro.

Le indagini hanno appurato che a Viterbo era presente un sodalizio criminale, composto da 13 persone 11 in carcere e 2 ai domiciliari, facente capo al calabrese T.G. (vicino secondo gli inquirenti alla famiglia Giampà di Lamezia Terme) e all’albanese R.I. Secondo gli inquirenti questo sodalizio aveva il “controllo del territorio” finalizzato a varie attività economiche dai Compro Oro, ai locali notturni, passando per i traslochi, recupero crediti, estorsioni e mercato degli stupefacenti.

L’organizzazione criminale era il frutto della fusione tra la metodologia ‘ndranghetista importata a Viterbo e l’inclinazione violenta della criminalità albanese. Le azioni, secondo gli inquirenti, hanno prodotto nella comunità locale un forte senso di timore e soggezione. Soggezione che derivava dalla presenza di teste di animali mozzate nell’autovettura di una delle vittime, dinanzi a negozi e discoteche “attenzionati” dal sodalizio. Numerosi gli attentati incendiari che erano una caratteristiche del modus operandi dell’organizzazione. Da gennaio del 2017 gli investigatori hanno ricostruito una cinquantina di atti intimidatori con il medesimo modus operandi. Gli indagati sono stati accompagnati presso le strutture carcerarie di Viterbo per gli uomini e Civitavecchia per le donne. Due componenti dell’organizzazione sono finiti agli arresti domiciliari.

Le indagini, coordinate dai pm Michele Prestipino e Giovanni Musarò, hanno evidenziato il profondo rancore nutrito dal gruppo criminale nei confronti delle forze dell’ordine.

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