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Il terrorismo la sua evoluzione e la Polizia Locale

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Il terrorismo la sua evoluzione e la Polizia Locale
maggio 11
01:22 2018

“Per capire i problemi di oggi e tentare di dare risposte certe che possano contrastare fenomeni che hanno cambiato la nostra vita di ogni giorno, abbassando il livello di sicurezza percepito tra la popolazione, è sicuramente necessario guardare indietro nel tempo. Lo farò sino a qualche decennio addietro e più precisamente, sino a quando, con inizio negli anni ‘60 del 1900 ed a seguire per alcuni decenni, nel sud d’Italia ed in Sardegna, alcune organizzazioni malavitose di stampo mafioso o comunque riferite al famoso brigantaggio sardo, queste ultime denominate dai media dell’epoca “anonima sequestri” o “anonima sarda”, rapivano e sequestravano persone, chiedendo in cambio della loro liberazione, ingenti somme di denaro a riscatto, che raggiungevano anche svariati miliardi delle vecchie lire. Tra i membri di spicco del brigantaggio sardo, solo per citarne alcuni, ricordiamo Graziano Messina, Miguel Atienza e Matteo Boe.

Imprenditori industriali, personaggi dello spettacolo e di spicco, statisti e uomini politici, sono state generalmente le vittime dell’anonima sequestri. Di seguito, riporto solo alcuni nomi dei sequestrati degli anni ‘70: Luigi Pierozzi,  il Conte Alfonso De Sayons, poi dato in pasto ai maiali, il cantautore Fabrizio De Andrè e la compagna Dori Ghezzi. Mentre  negli anni ‘90 del secolo scorso, fu rapito Farouk Kassam (che venne liberato con la mediazione di Graziano Messina), Giuseppe Soffiantini, Augusto De Megni e Silvia Melis. Ma parlare di brigantaggio, significherebbe tornare ancora parecchio indietro nel tempo, almeno sino a quando, a ridosso dell’Unità d’Italia, venne varata la legge 15 agosto 1863, n. 1409 (“Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette“), c.d. anche legge Pica, dal nome del suo ideatore, un deputato di origine abruzzese di nome Giuseppe Pica.

Nuclei più o meno specializzati dei Carabinieri e della Polizia di Stato, si trovarono a fronteggiare e cercare di contrastare questo problema destabilizzante, tutto interno al Paese Italia, di non certo facile soluzione, combattendo efferati criminali, pronti ad ingaggiare conflitti a fuoco e ad uccidere con freddezza e senza alcun indugio.

Tuttavia, i problemi interni all’Italia, non finivano qui. Si affacciava all’orizzonte, accavallandosi in alcuni casi anche con il perdurare delle azioni dell’anonima sarda e le azioni delle mafie, il terrorismo eversivo di estrema destra e sinistra. Siamo negli anni ‘70 del XX secolo, che hanno dato inizio ai c.d. “anni di piombo”, quando il nostro paese venne interessato da  gravissimi eventi di matrice politica.

Attentati dinamitardi, esplosioni di bombe in luoghi pubblici altamente affollati, rapimenti, uccisioni, “gambizzazioni”, colpendo le vittime con armi da fuoco alle gambe e sommari processi proletari, erano le caratteristiche di questi gruppi eversivi, rispettivamente le prime due dei gruppi di estrema destra  che quasi mai usavano rivendicare le loro azioni, mentre gli altri, di quelli di estrema sinistra, tra i quali le Brigate Rosse ed i Nuclei Armati Proletari.

Ai gruppi terroristici di estrema destra vengono attribuite la strage di piazza Fontana del dicembre 1969, la strage di Piazza della Loggia del maggio 1974, la strage dell’ Italicus dell’agosto 1974 e la strage alla stazione di Bologna dell’agosto 1980, mentre le Brigate Rosse si sono macchiate di  quasi 100 omicidi, per lo più uomini di Stato, di cui Aldo Moro, ne è stato uno degli esempi più eclatanti e di cui ancora oggi, non si è fatta chiarezza, poi carabinieri, poliziotti, ma anche  giornalisti, non di elevata fama.

Le due matrici terroristiche eversive, senza entrare in ulteriori dettagli, si presentavano molto spesso in brigate bene organizzate militarmente ed altrettanto determinate nelle loro azioni.

Fu nel 1974 che il Prefetto Emilio Santillo, a seguito del successo di alcuni interventi del GSG-9 tedesco, ideò e diede vita all’ IGAT, acronimo che sta per Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo, seguito nel 1977 dal ministro degli interni dell’epoca, Francesco Cossiga, che emanò un decreto, ordinando la creazione dell’Unità Interventi Speciali (UN.I.S.), destinata ad affiancare le investigazioni antiterrorismo. Vennero per questo utilizzate unità dei carabinieri del 1° Battaglione Tuscania e specialisti della Polizia di Stato. Fu così che per contrastare il terrorismo interno ormai dilagante, l’anno successivo nacque anche il GIS dei carabinieri, entrambi destinati tutt’oggi ad operazioni che comportano alto rischio, come la  liberazione di ostaggi, cattura di pericolosi criminali, e servizi di sicurezza e scorta per alte cariche dello Stato.A Padova, nel gennaio del 1982, i NOCS in un intervento quanto mai rapido e fulmineo, liberarono il generale americano James Lee Dozier, fatto prigioniero delle Brigate Rosse e da queste condannato a morte, senza che dall’azione ne derivassero vittime, ricevendo per la brillante operazione le attenzioni planetarie e le congratulazioni da parte dell’allora Presidente degli Stati Uniti, Ronald Regan.

Ma gli anni passano e le cose cambiano, dal terrorismo interno si passa a quello esterno di matrice fondamentalista islamica. Trovandoci ora di fronte ad un nemico invisibile e ad una sorta di guerra unilaterale, non dichiarata, quasi impalpabile, imprevedibile, vile e che ci ha dimostrato saper colpire non più solo nel nostro paese, ma in luoghi, azioni e modalità diverse tra loro.

Nel termine “terrorismo”, in una sola parola, è insito tutto suo significato, che è quello di incutere paura continua nella vita di ognuno di noi, ogni giorno e nei luoghi della nostra quotidianità, costringendoci a cambiare le nostre abitudini di vita, evitando per questo magari di andare allo stadio, al teatro, alla festa di piazza, al supermercato, salire sul metrò e così via.

Ma così non deve e non  può essere, altrimenti il terrorismo avrebbe già vinto la sua battaglia e la nostra vita non sarebbe più vita!

Tutto inizia in quell’11 settembre del 2001, quando vennero dirottati 4 voli di linea, che con una serie di attacchi suicidi di matrice fondamentalista islamica, colpirono il cuore pulsante dell’America, che aveva combattuto sino a quel momento le sue guerre a migliaia di chilometri di distanza, sentendosi improvvisamente vulnerabile e fragile, come non mai, proprio in casa sua. Quasi 3000 morti ed oltre 6000 feriti, furono il bilancio di quegli attentati, rivendicati da Al Qaida, movimento terroristico islamista sunnita. Tante, tantissime, vittime, ma non certo tante quanto quelle che le guerre di ogni giorno mietevano e mietono ancora oggi in tutto il mondo, molto spesso dimenticate dai più, ma il risultato di azioni eseguite con modalità diverse e sino ad allora mai adottate.

Se vogliamo, il modus operandi di molti terroristi è molto simile a quello dei piloti kamikaze degli arerei giapponesi, che al termine della seconda guerra mondiale, s’immolavano in nome del Dio Imperatore, picchiando sulle navi nemiche e facendosi esplodere con il loro velivolo, ma  con una  sostanziale diversità: c’era una guerra dichiarata da più parti in corso.

Quell’11 settembre, come tutti sappiamo, fu solo l’inizio di una lunga serie di attentati contro l’occidente, che hanno interessato diverse città europee con modalità dissimili tra loro.

Solo per citarne solo alcuni. L’11 marzo del 2004, con 10 bombe collocate nelle stazioni della metro di Madrid, vengono uccise 200 persone ed un anno dopo a Londra, quattro kamikaze si fanno esplodere nell’ora di punta in tre diverse stazioni e su un autobus a due piani, provocando 56 vittime e 700 feriti. Nel maggio del 2014 a Bruxelles, quattro persone vengono uccise in un attentato al museo ebraico da un algerino, mentre dopo pochi mesi a Parigi, a gennaio del 2015, con un attacco paramilitare alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, vengono assassinate dodici persone e dieci ferite e sempre a Parigi, alla fine dello stesso anno, militanti dell’ISIS organizzano una serie di attentati coordinati tra loro, facendosi esplodere in sei diverse zone della città, con un bilancio di 129 morti e 350 feriti. A Bruxelles, a marzo 2016, all’aeroporto di Zaventem sono ancora una volta, due kamikaze si fanno saltare in aria e nello stesso pomeriggio un’esplosione interessa la metropolitana di Maalbeek, uccidendo 35 persone e il ferimento di altre 340, azioni rivendicate poi dall’ISIS.

Ad un certo punto, la strategia sembra cambiare, dai gruppi organizzati militarmente si passa ad  azioni singole, e dall’utilizzo di materie esplodenti, si passa ad attacchi perpetrati da “lupi solitari”, che colpiscono con modalità diverse ed impreviste, nei luoghi della quotidianità delle città europee.

Nel luglio 2016 è di nuovo la Francia il teatro di una strage. Un autocarro, condotto da un sedicente combattente islamico, lanciato a folle velocità, travolge ignari cittadini a passeggio sul lungomare di Nizza, provocando 87 vittime e 302 feriti. Il 19 dicembre 2016, è Berlino questa volta il teatro dell’ennesima strage, realizzata per mezzo di un TIR lanciato sulla folla di un mercatino di Natale, ove perdono la vita 12 persone e 56 rimangono ferite.

Tre giorni dopo, vicino Milano, l’attentatore, il tunisino Anis Amri, viene ucciso a Sesto San Giovanni da due agenti in servizio di pattuglia. Poi Londra nel marzo 2017 e Stoccolma un mese dopo. Sono ancora due veicoli ad essere lanciati sulla folla, uccidendo in entrambi i casi cinque persone. E poi ancora a Parigi e Manchester, sempre nella primavera del 2017, due attentati terroristici con l’utilizzo di armi da fuoco ed esplosivi, provocano numerose vittime ed altrettanti feriti.

Da questo breve, allarmante e macabro sunto, come si è potuto certamente notare, l’occidente è sotto attacco, ma la strategia del terrore, è cambiata. Le singole cellule rimaste isolate e molto spesso non più addestrate, fagocitate alla radicalizzazione anche per mezzo della rete, si organizzano ora alla bene in meglio, agendo singolarmente ed utilizzando ciò che è più facile reperire. Quali strumenti di morte, migliori di un veicolo lanciato a velocità sulla folla inerme, o quello di realizzare un esplosivo con materiali di libero acquisto in un supermercato o in un negozio di concimi?

E’ proprio per questa sorta di vile escalation della morte che si tenta di organizzare diversamente la prevenzione e la repressione degli attacchi terroristici.

Sono pienamente convinto che la prima sia quella fondamentale e fortunatamente, almeno nel nostro Paese, alcuni aspetti ritengo siano a nostro favore. Intanto il nostro sistema d’intelligence è considerato uno tra i migliori del mondo e questo non è certo cosa da poco. I servizi comunicano e si scambiano continue informazioni tra di loro e ciò, è di fondamentale importanza, cosa che non avvenne negli USA nel caso degli attentati alle Twin Tower. Un altro fattore non di secondaria importanza, è riconducibile sicuramente alla collocazione geografica strategica dell’Italia. Non farebbe certo comodo alle organizzazioni criminali, sia che queste appartengano a mafie nostrane, o ad organizzazioni terroristiche, le quali gestiscono i traffici della prostituzione, della droga  e dell’immigrazione clandestina, destabilizzare l’Italia più di tanto con veri e propri attacchi terroristici, anche se questi minacciati tante volte nello spirito della diffusione della paura generale. Un attacco terroristico al nostro Paese, seppur, almeno sin’ora, i nostri governanti siano stati abbastanza permissivi e tolleranti, li avrebbe comunque inevitabilmente costretti, anche dietro la spinta della popolazione, notoriamente ospitale, a più serrati e mirati controlli dei confini, rendendo così più difficile traffici illeciti ed ai clandestini di entrare in Italia e con questi anche ai terroristi, pur volendo utilizzare il nostro Paese solo quale terra di collegamento per raggiungere le altre nazioni dell’Unione.

Poi ci sono i falsi allarmi, che in un clima di terrore, fanno la loro parte. E’ il caso di Piazza San Carlo a Torino, quando migliaia di persone innanzi ad un  maxi schermo, stavano seguendo la finale di Schampions. Due rumori, di cui si è poi saputo dalle indagini, creati appositamente da alcuni individui per compiere azioni criminali predatorie,  hanno generato il caos tra la folla provocando la morte di una donna ed il ferimento di oltre 1500 tifosi, travolti e calpestati dalla calca che non è riuscita a trovare le vie di fuga nella piazza di forma chiusa rettangolare, di stile classicamente medioevale.

Oggi più che mai, come dicevo poc’anzi la prevenzione è la prima cosa da mettere in campo, dopo, quando l’evento è avvenuto, si raccolgono solo i cocci che in questo genere di cose, sono le vittime.

Allora, i Sindaci, le polizie locali e le questure, in stretta collaborazione tra loro, sono chiamati a studiare al tavolino ogni evento che si intende realizzare, prevedendone i rischi e le misure di sicurezza, richiedendo all’organizzatore della manifestazione, di presentare un apposito piano di safety redatto da un tecnico abilitato, nel quale siano previsti i presidi sanitari di primo soccorso, le vie di accesso al luogo e quelle di fuga, che ovviamente, debbono essere opportunamente segnalate, separate e ben distinte tra di loro. L’utilizzo di stuart, personale delle associazioni di volontariato e protezione civile, diviene fondamentale, come pure quello di apposite barriere, non per ultimo l’utilizzo di news jersey ed anche di veicoli, posti come pre-filtri ed a protezione di aree ove  è in programma la realizzazione  di eventi che prevedibilmente possano richiamare un determinato numero di utenti/spettatori.

In proposito un’inversione di tendenza e nuovi compiti nella sicurezza urbana, vengono affidati e delegati ai sindaci e quindi anche alle polizie locali, mediante il decreto legge 20 febbraio 2017, n. 14 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, convertito nelle Legge 18 aprile 2017, n. 48, seguito dopo pochi mesi dalla circolare 7 giugno 2017 n. 555/OP/0001991/2017/1, diramata dal Capo della Polizia, nonché Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, avente ad oggetto“Pubbliche manifestazioni. Misure a salvaguardia dell’incolumità e della sicurezza delle persone”, di cui per brevità di cose, di seguito ne riporto il link.

In sintesi, gli organi deputati al rilascio di autorizzazioni connesse con lo svolgimento di pubbliche manifestazioni, debbono preventivamente accertare la capienza delle aree di svolgimento dell’evento, per la valutazione del massimo affollamento sostenibile. In particolare, per quanto concerne le iniziative programmate in aree pubbliche di libero accesso, al fine di evitare sovraffollamenti che possano compromettere le condizioni di sicurezza, individuare percorsi separati di accesso e di deflusso del pubblico, con indicazione dei varchi; realizzazione di piani di emergenza e di evacuazione; suddivisione in settori dell’area di affollamento; redazione di piani di impiego, a cura dell’organizzatore, di un adeguato numero di operatori; previsione di spazi di soccorso; di spazi e servizi di supporto accessori; previsione, a cura della componente dell’emergenza e urgenza sanitaria, di adeguata assistenza sanitaria;  presenza di impianto di diffusione sonora e/o visiva, per preventivi e ripetuti avvisi e indicazioni al pubblico; valutazione di provvedimenti finalizzati al divieto di somministrazione e vendita di alcolici e altre bevande in bottiglie di vetro e lattine.

Appare inoltre opportuno richiamare la circolare 10 aprile 2018 prot. n. 557/pass/U/005096/13.500.C (11)1, concernente un ulteriore pronunciamento del Ministero dell’Interno, sul rispetto delle norme tecnico-sportive e di quelle di sicurezza per il pubblico spettacolo, “con particolare attenzione ai profili di safety e security per manifestazioni che possano comportare un innalzamento del livello di rischio”.

Per concludere, tutto è meno semplice e quindi più difficile, ma arrendersi, vorrebbe dire, come già accennato, che il terrorismo avrebbe già vinto, prestando il fianco a quello che è lo scopo prioritario  della strategia del terrore. Ricordiamoci che con attenzione e senza allarmismo alcuno, magari con un po’ di cautele in più, possiamo e dobbiamo continuare la vita di ogni giorno, esattamente come prima, anche se consci che stiamo vivendo un momento difficile e che anche la Polizia Locale, più che mai, è chiamata, insieme alle altre istituzioni dello Stato, a garantire la serena, pacifica e civica convivenza dei nostri concittadini, anche in materia di prevenzione del terrorismo, laddove possibile, facendo anche uso di nuove strumentazioni tecnologiche, come i sistemi di videosorveglianza e di droni, che possano prevenire azioni terroristiche come quelle perpetrate a mezzo di veicoli lanciati sulla folla.”

Dr. Remo Fontana Criminologo-Vice Comandante Polizia Locale

 

 

 

 

 

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